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Giovedì, 20 Novembre 2008
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Cinisi nel mondo
Cinisi e l’emigrazione dal 1900 ad oggi
Cinisi, anche se è un paese di provincia, che non “ha grande imprese da narrare, né grandi uomini da far conoscere al mondo”(1) , ha senza dubbio, come gli “umili” del Manzoni, partecipato attivamente a quegli avvenimenti che determinano le trasformazioni e gli avanzamenti socio-economici che diventano Storia, e l’emigrazione è uno di questi avvenimenti. In Italia il fenomeno dell’emigrazione incomincia ad avere un carattere di massa dopo il 1870 e quando al Nord tale fenomeno viene rallentato in modo vistoso dal processo di industrializzazione, al Sud diventa un fatto così marcato che il Colajanni lo definì una “valvola di sicurezza”. In Sicilia prima della unificazione con l’Italia s’era avviato una efficiente attività imprenditoriale ed industriale ( a Marsala, Palermo e Trapani) grazie a dei nobili inglesi, Benjamin Ingham e Witaker, i cui interessi economici spaziavano in Inghilterra e in America dove esportavano i ricchi prodotti siciliani, dando così l’avvio ad una nascente borghesia isolana attiva e produttiva. Con l’unificazione italiana questo processo si arrestò a causa della forte concorrenza del Nord meglio organizzato e più ricco di infrastrutture: strade, ferrovie e canali navigabili. Le condizioni socio-economiche e produttive della Sicilia, invece di migliorare, peggiorarono, oltre che per la mancanza di investimenti e al vessatorio sistema fiscale dei Savoia, ma soprattutto per le mancate attuazioni delle riforme promesse e non mantenute. La prima fu quella di Garibaldi del 2 giugno del 1860 con la quale prometteva una “quota certa” di terre demaniali anzi “doppia” per chi avrebbe combattuto per la patria. La seconda fu nel 1866, allorquando lo stato italiano, con l’incameramento dei beni e dei feudi ecclesiastici, costituì ben 20300 quote - ed ogni quota era costituita da 10 ettari di terra - da vendere e ridistribuire la proprietà delle terre. A tale condizione risulta evidente che i contadini e i nullatenenti non poterono concorrere all’asta pubblica. Tale quote andarono ad ingrassare i latifondisti che, avendo impiegato il denaro per comprare le nuove terre, non poterono ne introdurre migliorie nelle produzioni, ne promuovere nuovo lavoro, ne offrire migliori condizioni di vita e di salario ai contadini. E’ a fine secolo che la Sicilia vive le più grosse contraddizioni socio-politiche ed economiche, peggiorando le condizioni di vita delle masse lavoratrici. La politica contraddittoria dei governi Giolitti e Crispi aveva peggiorato la situazione per i prodotti agricoli e siciliani, gravati da nuove tasse e per mancanza di sbocchi commerciali diminuivano di prezzo: un ettolitro di vino che a Balestrate, Partinico e Cinisi nel 1882 costava lire 50, dopo il 1894 costava dalle 10 alle 20 lire; così pure i cereali, specie il grano che passa da 45 lire ad ettolitro alle 18,91 lire; il prezzo medio degli agrumi passa dalle 18 lire al migliaio del 1891/92 a lire 9 al migliaio nel 1894/96. Di conseguenza i salari dei “viddani” che nel 1882 veniva calcolato a San Giuseppe Jato in lire 1,50 a Cinisi in lire 2,00, così pure a Carini passa nel 1894/96 a lire 1,25 e tra Cinisi e Carini a lire 1,65.(2) E’ in questo contesto così disastrato che sorgono le prime organizzazioni, su basi socialiste di mutuo soccorso tra i braccianti agricoli, i “cafoni” e i nullatenenti, i Fasci dei lavoratori siciliani, il cui scopo, attraverso organizzazioni unitarie e lo sciopero non violento, era quello di migliorare le condizioni di lavoro e di salario dei lavoratori. Anche a Cinisi nel gennaio del 1894 (3) nasce una sezione dei fasci siciliani ad opera di N. Cusumano, di Vincenzo Aiello e Giuseppe Palazzolo, da ciò si deduce che anche a Cinisi incominciava ad essere presente una certa coscienza di classe, ma la repressione violenta del governo Crispi, la spegne nel suo nascere. Gli scioperi che toccano il palermitano da Borsetto a Montelepre a Carini, Partinico e Balestrate e San Giuseppe Jato vengono soffocati dalle schioppettate in piazza contro le masse che scioperano pacificamente chiedendo più pane e meno tasse e con gli arresti e i processi sommari. La progettata riforma agraria che Crispi presenta in parlamento nel gennaio del 1894 che permettesse “il passaggio del proletariato alla possidenza” trova la durissima resistenza dei ricchi proprietari siciliani riuniti a Palermo nella sala Ragona del febbraio del 1894 e tale riforma su pressione anche dell’allora ministro Orlando (siciliano) abortì. Sicché le masse dei lavoratori che volessero migliorare le condizione di vita ed assicurare il necessario alle proprie famiglie non restava che la via dell’emigrazione. E se fino a quel tempo una buona parte del bracciantato agricolo di Cinisi trovava occupazione: per mietere il grano corleonese o per la vendemmia nel partinicese o nell’alcamese o negli agrumeti carinesi, ora non restava che la via d’oltremare: l’America. Dal 1900 al 1920 per le Americhe partono ben 460074 siciliani, per l’Europa e nei paesi del bacino del mediterraneo ben 32297 siciliani. Le punte massime di emigrazione sono nel 1906 e nel 1913 con 121669 e 141880, nel 1920 gli emigrati sono per la sola America del nord 103173 (4). A Cinisi nel 1901 si contano 6086 abitanti ma il Mangiapane nel suo libro “Cinisi - Memorie e documenti” del 1910 afferma che la cifra non è esatta perché 3000 si trovano fuori. Da documenti di archivio si sa che in quegli anni partono per le Americhe interi nuclei familiari che resteranno in America, nonché schiere di giovanotti che dopo aver fatto un buon gruzzolo ritorneranno in paese. I cognomi che compaiono sono Alfano, Agrusa, Cracchiolo, Maltese, Impastato, Lo Duca e tanti altri. Alcuni partono addirittura ad età inferiori a quella consentita dalla legge sulla emigrazione del 1901: Saputo Sebastiano di Vito, dal momento che non aveva i 17 anni richiesti dalla legge emigrò in America con un biglietto intestato al fratello Salvatore, in età legale.
BIBLIOGRAFIA
Ricerca storica e Testo del prof. Sebastiano Alfano Legge 27 ottobre 1988 n. 470: AIRE (Anagrafe dei cittadini residenti all'estero) Questa legge ha istituito presso i comuni e presso il Ministero dell'Interno le anagrafi dei cittadini residenti a ll'estero. L e anagrafi dei comuni sono costituite da schedari, che raccolgono le schede individuali e le schede di famiglia eliminate dall'anagrafe della popolazione residente in dipendenza del trasferimento permanente all'estero delle persone cui esse si riferiscono, ed inoltre le schede istituite a seguito di trascrizione di atti di stato civile, pervenute dall'estero.
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